Pretoresi ad Ottawa
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Testo originale di Concetta Colasante (Cett Za Fin)
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[modifica] La storia della comunità dei Pretoresi a Ottawa
Gli anni cinquanta, sono stati gli anni che hanno segnato il grande espatrio dei Pretoresi verso il Canada. La scelta della città di Ottawa non fu casuale. Erano sollecitati a partire da altri compaesani arrivati a Ottawa agli inizi degli anni venti. Erano Di Sipio Antonio, detto Zii Antonio Minuccio, la famiglia Di Folco e zia Clotilde. D’alloisio Franceso era partito solo. Aveva lasciato sua moglie Pantalone Rosina (Rosina pachetta) e sua figlia Maria. Voleva guadagnare un po di dollari e poi goderseli con la famiglia a Pretoro. Ma poi con l’avvento della guerra rimase in Canada.
Prima del 1930 per partire nelle Americhe non c’era bisogno di visto. Si andava a Napoli, si aspettava una nave in partenza e durante il tragitto ci s’informava in quali posti c’era piu lavoro e poi si stabilivano in quelle terre. Ci sono altri nuclei d’emigrati Pretoresi in altri posti del Canada e negli stati uniti. In Europa ci sono solo pochi gruppi.
Dopo la fine della seconda guerra mondiale, queste famiglie che vivevano ad Ottawa ripresero contatto con i familiari incoraggiandoli a raggiungerli. Loro erano disposti ad occuparsi di trovare loro un lavoro in regola e un alloggio per farli sentire in famiglia. Si erano integrati bene in quelle citta, godevano di una certa affidabilità da parte delle autorità e potevano garantire un’accoglienza decente per tutti quelli che li avrebbero raggiunti. La guerra aveva lasciato l’Italia distrutta e senza mezzi di ricostruzione. A Pretoro c’erano tante famiglie numerose, tanti giovani che avevano bisogno di lavorare per realizzare la loro vita. Genitori che avevano bambini piccoli a cui dare un’avvenire. La sola speranza era di partire a cercare fortuna oltre oceano. Per migliorare le loro condizioni di vita dovevano partire nei paesi dove l’industria era piu avanzata. Dopo la guerra, per lavorare in Canada, bisognava gia avere un contratto di lavoro alla partenza, il visto dell’ambasciata a Roma e la garanzia di qualche persona autorevole che risiedeva sul posto, che s’impegnava a garantire una fissa dimora a queste persone che arrivavano.
I primi a partire furono gli uomini. C’era una grande richiesta di muratori. In seguito partivano le loro famiglie, per inserire i figli nella scuola. Si partiva quasi sempre in gruppo, per sentire meno la nostalgia di casa. La comunità di Pretoro cresceva sempre di piu e conservava le sue tradizioni e anche un po’ di dialetto del loro paese. Tutti sognano di tornare a vedere quel paese collocato su un masso di pietra, e farsi una bevuta d’acqua fresca dalla sorgente della Maielletta.
[modifica] Seconda parte: La partenza
E da tener conto che in quegli anni in Abruzzo non c'erano le autostrade e tanto meno strade asfaltate. Erano strade sterrate, con un manto di breccia bianca per ripararla dalle pioggie. Per raggiungere napoli si prendeva la strada del Camposanto, si raggiungeva Casoli e si saliva per Fara San Martino attraversando quei paesetti sperduti tra i saliscendi dei monti dell'alto Sangro. I viaggi erano lunghi e scomodi. Si poteva viaggiare in quelle condizioni solo perché circolavano pochi mezzi. A Pretoro D'Innocenzo Alberto, detto Cardill, si occupava dell'emissione dei passaporti. C'erano anche persone che avevano legami d'amicizia con Francione Corrado che in quegli anni era il sindaco di Pretoro (lo resterà fino agli anni settanta). Il passaporto se lo facevano preparare da lui, ma era solo per spirito di rivalità. Ricevuto l'atto di chiamata fatto da qualche parente che risiedeva a Ottawa, Alberto s'interessava per raccogliere i documenti necessari da portare all'ambasciata a Roma per ottenere il visto. Le radiografie si facevano a Pescara, da un unico medico abilitato dalla regione. Se partiva solo il capofamiglia, si doveva portare anche i figli minorenni alla visita medica per verificare il loro buon stato di salute. A chi aveva idee politiche un po estreme non veniva rilasciato il visto. Quest'ultimo era dato solo con molto rigore, a persone sane e con le braccia di ferro.
Ottenuto il visto, si fissava il giorno di partenza, e si cercava di raggruppare più persone per avere meno spese di viaggio. C'era il pullman da Guardagrele della ditta Mazzella, che era anche chiamata la Posta a pretoro. Il viaggio per il Canada si faceva solo con la nave. Alberto accompagnava sempre tutti al porto di napoli per l'imbarco. Qualche giorno prima della partenza si faceva dire una Santa Messa in onore di San Francesco Saverio, patrono delle missioni. Erano accompagnati dalle loro famiglie e amici più stretti e partivano con la benedizione di tutto il paese.
[modifica] Terza parte
Al mattino della partenza, un po confusi prendevano posto dentro il pullman. Per tanti era il primo viaggio. Alberto era sempre l'ultimo a salire e chiudere lo sportello. Quando incominciavano a imboccare le prime curve, il paesello si vedeva sempre di meno, scompariva dietro le cime del monte Pagliarone e loro rimanevano a fissare quell'immagine per portarlo nel loro cuore per sempre. L'autista accelerava sempre più forte per distrarli da quella commozione. Alberto commosso anche lui, interrompeva il silenzio attirando l'attenzione su quei paesetti sperduti e sospesi in quelle aspre valli. Lui, esperto di quelle montagne, si lasciava andare con qualche lezione di geografia e a tutti tornava il sorriso, scambiando qualche battuta con l'autista. Per mettere qualcosa di sostanzioso nello stomaco, allargavano una mantricchia, un tovagliolo, Ë servivano il pranzo. Erano conigli e polli ripieni, qualche uova lesso, una pizza con le uova, e un buon bicchiere di vino cotto per creare più allegria e continuare la strada ancora lunga per napoli.
Si doveva aspettare due settimane per ricevere la lettera dello sbarco da Halifax. Erano lettere scritte durante il viaggio difficile anche da leggere. Soltanto quando arrivava la lettera dell'arrivo ad Ottawa le famiglie riprendevano la vita normale. Passato il dolore del distacco, si aspettava a ricevere qualche dollaro dentro le lettere. A quei tempi, a Pretoro, il postino era Zio Giuseppe Pietrantoio (di Pasqualino). La posta veniva consegnata a tardi pomeriggio, quasi verso sera. Nel sentire avanzare i suoi passi, le persone rientravano nelle case e spiavano dietro le finestre dove lui entrava. Le famiglie rimaste a Pretoro vivevano con quei pochi dollari che i loro cari riuscivano a mandare. Quei soldi venivano investiti per dare un aggiustata alla casa, installando l'acqua e facendo le fognature e piano piano compravano la cucina a gas e la radio e altre spese di prima necessita. Anche per le donne rimaste al paese la vita diventava meno sacrificata, i ragazzi avevano un aria più serena avendo la possibilità di continuare la scuola per poi inserirsi nel mondo del lavoro. La città di Ottawa era sulla bocca di tutti. L'era moderna era entrata anche nel nostro paesello. La depressione portata dalla guerra finalmente spariva.
[modifica] Aneddoto
L'amicizia tra il "Suppagente" e l'emigrante.
Un episodio che riguarda la partenza di Morroncelli Mariano d rutelono, oggi scomparso.
Mariano, appena avuto il visto voleva partire al più presto possibile, e tutti i giorni andava da Alberto per sollecitare la partenza. Ma l'agenzia gli confermò che i posti in seconda classe erano tutti esauriti. Se voleva, poteva arrangiarsi a viaggiare nella terza classe. Alberto, senza chiedere il parere di Mariano, annullò la su partenza con quella nave e prenoto per la seguente, dove avevano posto in seconda classe. Mariano si arrabbiò tanto, anche se Alberto gli spiego le condizioni di viaggio in terza classe. non c'erano cabine, si dormiva tutti nello stesso padiglione, senza servizi igienici e col rischio di prendere delle malattie. Alberto non voleva fare prendere rischi a Mariano e voleva farlo viaggiare con un minimo di comfort. Ma Mariano non si rassegnava e doveva spettare ancora qualche settimana in più a Pretoro. Era nero in viso per la rabbia, sbottò una frase che gli usci proprio dal cuore:
"Che tene frega a te se io schiatto!?"
Alberto non gli rispose, lo lascio sfogare per il suo bene. Mariano parti poi con un gruppo di paesani e con un biglietto di seconda classe. Era il 1953.
[modifica] Natale 1956
Ogni anno per le feste del Santo Natale c'erano emigranti che tornavano da Ottawa: Uomini che avevano lasciato le giovani moglie con dei bimbi piccoli e giovanotti che tornavano per scegliere una ragazza da sposare. Il gruppo più numeroso tornò a natale del 1956. Una postale li andò a riprendere a Napoli ed arrivarono a Pretoro a notte fonda. I familiari aspettavano tutti riuniti nelle loro case e da dietro i vetri delle finestre guardavano verso il ponte della vallicella se usciva una luce. Ad un tratto, s'incomincio a vedere delle luci ma la nebbia della notte gli impediva una chiara la visibilità. Appena arrivati alla contrada Ponte la posta incominciò a claxonare in tutte le curve risalendo alla contrada San Rocco dove c'era la fermata. A quei richiami del suono i familiari e tanti paesani uscirono dalle loro case spingendosi verso la postale per riabbracciare i loro cari. In quella confusione un solo nome risuonava nell'aria: Gli americani! un solo nome bastava per chiamare tutti quanti che erano partiti da Italiani e la terra d'adozione gli aveva dato un nome nuovo. Strano destino degli emigranti: in tutte le parti del mondo resta sempre italiano ma nella terra d'origine vengono ribattezzati.
[modifica] Notte di Natale del 1956
Quella notte a Pretoro c'era un scenario di presepio vivente, e i personaggi eravamo noi Pretoresi! La neve non mancava mai per rendere piu pericolosa la salita delle scale di Sant'Andrea; per non scivolare si camminava uno dietro l'atro tenendoci per mano. La visibilità era scarsa, la luce dei lampioni situati negli angoli delle case era troppo distante. Dalle finestre delle case usciva un po di luce e dava segno che dentro ci abitava la gente. Il freddo gelido di quelle notti s'infilava anche nelle serrature delle porte, e per stare piu caldi intorno al fuoco si metteva un gran tecchio di legno ben seccato che si consumava piano piano per tutta la notte. Fagioli, foje con sardelle e baccalà era il menu di quella sera. Un fiasco di vino nuovo su tutte le tavole faceva da padrone e per chi non aveva la botte in casa, ci pensavano i paesani a fargli trovare il vino nuovo in bottiglia. Le stalle erano situate al piano terra e d'inverno servivano per depositare la legna e le ceppe e anche per i gabinetti. La confusione di quella notte era anche alimentata dall'agitazione degli animali. Il belare delle pecore accompagnava il fracasso degli asini e il canto delle galline si sentiva per tutta la salita. Le vecchiette del Paese, riempite le tasche di fichi secchi, di buon ora andavano alla Messa. si ritrovavano tutti davanti alla chiesa per fare due chiacchiere con il sacrestano. Per gli americani tornati da Ottawa tutti i giorni era una festa, con screpelle e vino nuovo, un po di carne infilata allo spiedo, riprendevano subito l'aria del Paese. E quando la notte di natale entravano in chiesa, la gente si voltava indietro e il prete da sopra l'altare gli faceva cenno di andare a sedersi davanti. E mentre sfilavano sotto gli occhi di tutto quella gente sembravano i Re Maggi vestiti così belli. Indossavano dei bei cappotti di lana pura. Facevano invidia a tanti e con le facce riposate e soddisfatte si notava che erano tornati da lontano. E quando il prete, per farlo baciare, prese il bambino Gesù che aveva ancora i fili di paglia nelle mani, era nudo con le mani alzate: sembrava che chiedesse aiuto; ci faceva tanta compassione, vedendo che c'era qualcuno ancora più povero di noi. E con un sottofondo di voce si finiva la funzione. All'uscita della chiesa, il chiarore della luna metteva a tutti allegria. Il rintocco delle campane risuonava su per le montagne. La brillantezza delle stelle illuminava le facce di quella gente, e con voce da veri Pretoresi i loro canti si sentivano fino in cielo, invitando gli angeli a scendere giù al nostro paese. Con i sorrisi sulle labbra, si stringevano le le mani scambiandosi il Buon Natale. L'augurio di gioia e di pace per chi stava vicino e chi stava lontano.. Il nostro pensiero volò subito ad Ottawa.
[modifica] I figli degli emigranti
dopo gli anni bui della guerra, tu Pretoro, ti trovavi a vedere crescere tanti bambini che dovevano sbrigarsela da soli. I genitori, stanchi e senza lavoro, la sera sfogavano la loro rabbia con botte su di loro. Dopo tante raccomandazioni volesti mettere fine a quella situazione e ti calasti nei pani d'imprenditore aiutando tanta gente a lasciare il paese per andare a costruire ponti in altre nazioni del mondo. Per dare senso alla vita formavano altre famiglie e nuove generazioni sono cresciute oltre confini.. La terra d'accoglienza li ha integrati nella sua cultura e quella Italiana gli è stata data dai genitori. Eri un Paesino di strade mulattiere e oggi ti ritrovi con una proprietà di figli cresciuti per il mondo. Ogni anno ti vengono a trovare e con quel po di dialetto imparato in famiglia se la sbrigano, cercano d'incontrare qualche parente anziano per saperne di piu della storia dei loro antenati. Si dirigono per salire in paese se in qualche vicolo c'è rimasto un mattone che li appartiene. Fanno una fermata vicino ad una fontana per sentire il sapore dell'acqua della terra della Majella. Dal balcone della piazza scoprono che il mare non è lontano, e il fondo valle è segnato di strade che portano i turisti dappertutto. Loro conoscevano Pretoro dal racconto dei genitori che iniziarono a partire dal 1900. La gente allora partiva a piedi per imbarcarsi su un vapore portando con loro quei ricordi di dolore, per avere dovuto lasciare la loro terra per cambiare la vita dei loro figli.
[modifica] I figli degli emigranti, seconda parte
Il grande flusso d’emigrazione Italiana verso i paesi industrializzati è ormai storia. Da quell’epoca continuano altre generazioni che danno vita alle comunità italiane nel mondo. I primi emigranti cercavano di stabilirsi in città sicure che promettevano una sistemazione per le loro famiglie. I semi dei primi emigranti sono diventati alberi e le città del mondo hanno sempre di più i colori del mediterraneo. Oggi quelle città sono il punto di riferimento di quei ragazzi che dalla nascita si sono trovati a vivere con persone di culture diverse. Le prime carezze le hanno ricevuto dai soli amici dei genitori, gente conosciuta sul posto di lavoro e in seguito diventate figure familiari, sempre presenti alle feste di compleanno, con i ricordi delle foto sbiadite che conservavano nel vecchio album: loro conoscevano il paese d’origine attraverso i racconti e le tradizioni dei loro genitori, con il dialetto parlato solo nell’ambito famigliare. A scuola si son trovati a vivere un’altra realtà, hanno dovuto dare sempre il meglio per riuscire a integrarsi nella società locale e difendere le loro origini; sono destinati a convivere con le due culture, e in certi casi è anche più complicato se i genitori provengono da paesi diversi.
In questa società mobile sembra che l’Italia cammina nel mondo e tutti sentono il bisogno di scoprire i segreti della loro terra. Per i giovani nati in Italia è una scoperta e una ricchezza ritrovare le radici di tanti giovani sparsi per il mondo, che con il loro sorriso e un ritornello di una canzone stonata hanno cambiato la cultura delle città del mondo.
[modifica] Poesia su Pretoro e gli emigranti
Pretoro
Quanti sogni di bambini hai ascoltato Quanti sospiri di Mamme ti hanno invocato
Il tuo nido costruito sopra una pietra non poteva tutti contenere
Sono volati via appena hanno potuto e fingendosi falchi hanno portato i tuoi semi fra le loro ali e sono appordati in terre spazione dove c'era posto anche per i robots.
Il mondo eletronico è andato avanti e sulle tue scale non ci sono piu bambini a giocare. I faggi della Maielletta ti fanno compagnia e la loro ombra ti annuncia che l'estate è vicina. Tanta gente viene a visitarti per ritrovare un po di quel mondo passato. Ci sono tante faccie familiare ma con un accento strano; parlano il dialetto dei genitori, la solo lingua parlata a casa loro. Non l'hanno mai dimenticata e nel loro cuore l'hanno registrata perche sognavano che un giorno sarebbero venuti a trovarti e ad abbracciarti.
Il destino di un piccolo Paesetto, arrocato sulla Maielletta. Da 150 anni convive con l'emigrazione. Oggi sono i nipoti di quei bambini che tornano a trovare la terra dei loro nonni

